Antonio Lillo (1977) vive e lavora a Locorotondo, dove è direttore editoriale delle edizioni Pietre Vive.
* * *
Un bombo mi corteggia ed una vespa
mentre porto a spasso la cassetta
del rosmarino appena tagliato.
L’aroma le solletica ed il bianco
risveglia l’appetito
persino in questo sole mattutino.
Si tuffano decise a capo chino
nel mezzo dei fiori recisi
che presto finiranno in vaso. Sto qui:
sfoglio le frasche di lattuga fresca
per le tartarughe che dormicchiano
nell’angolo e l’acqua si sprigiona
scrocchiando dalle foglie e mi rinfresca
del suo umore le mani. Come loro
la lucertola da poco risvegliata
si affaccia da una crepa nel muretto
e adagia il capo curiosando
sotto l’albero del melograno. Il collo
le si gonfia lento nel respiro
sta qui e si gode come me questo mattino
intenso dell’estate ventilata in orto
dove il silenzio arriva a piegarsi
insieme a noi più in basso
tra le foglie delle fragoline di bosco
e in questo rosso puro
dei fiori che scoppiano sul melograno
e poi si lasciano cadere in volo.
*
Mia madre come il fiore d’amarena
fragile e gioiosa nel suo modo tenace
di piegarsi dal suo ramo sottile
si acchiappa alla radice della pianta
mentre strappa l’erba che c’infesta
il campo di carciofi dopo pioggia.
Ha le mani dure e le caviglie solide
di ragazza campestre e salutare
ed è simile alla camomilla che matura
per essere raccolta e messa in vaso
nei mazzetti destinati alle tisane
ma come il fiore sta minuta e bianca
col suo cuore di un giallo canterino
dentro il prato lenticchiato di papaveri.
*
Ci guardiamo alla pari
la lucertola e io
stremati dall’orto
chi dalla cima del forcone
chi contro il muretto della serra
intiepidito dal sole
appena respirando
sbirciamo di sbieco
mia madre che in fondo
seguita a lottare con le fave
spezzate da burrasca
lei con ago e filo ricuce
le ferite alla terra
le ferma ad un bastone
che faccia loro da stampella
io già moribondo
mi godo questo mondo alla pari
col meno timido
dei suoi soldati.
*
Ho visto
e per questo me lo porto appresso
il primo volo di una piccola ghiandaia
dalla zampa offesa
caduta giù dal nido
incitata dal richiamo della madre
si trascinava sulla terra a balzelli.
Incapace di stare posata
e di spiccare decisivo il salto
e di prendere quota
s’è trascinata cupa e testarda
fra gli alberi dell’oliveto e il noce
affondando spesso il becco nella terra.
La cresta sollevata senza posa
dopo lunghi tentativi ha spiccato
il primo volo a bassa quota
planando per cinque o sei metri
nella luce filtrata del sole
ed è scomparsa oltre il fogliame
non sapremo mai dove
se in alto
superati i primi rami oppure riatterrata
oltre il fogliame illusa
dai primi pochi metri in sospensione
per essere poi preda delle volpi.
Ciò che resta di lei strano a dirsi
è la speranza per quelli come lei
che vivono precari fra la terra e il cielo
per una volta sapere cos’è stata
la pura sensazione del distacco.
*
Dal fondo delle campagne mi fissa
un cane nero. È nero e mi fissa
accucciato. In lui sono i giorni di festa
che mai più torneranno. L’estate
è finita in un lampo e tutto prelude
a un lutto più alto. Mi fissa
e aspetta seduto sul fondo del campo.
*
Ultima viene
questa poesia che si scuote nell’occhio
che mi punge dalle piante dai rami
che sa di timo, camomilla e d’oppio
e all’innaffio non dà fatica ma pausa.
Questa poesia che corre svelta sulla terra
si nasconde tra i buchi, mi spia con la coda
dell’occhio e salta nella siepe e vola rasoterra
e canta dal ciliegio e dal limone. Questa poesia
che sa di mandorlo e fiorone e di cicoria
d’asparagi e di sporchia. Questa poesia
che ora mi richiede di finirla con la croce
e con lei stessa, mi chiede di mangiarla
col pane e l’aceto, che il frutto si faccia
corpo finalmente e scenda dolcedolce
giù dall’albero.
* * *
© Fotografia di Dino Ignani.


